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Spetta al paziente danneggiato dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui si chiede il risarcimento

Corte di Cassazione, sez. III Civile, 19 luglio 2018, n. 19204

luglio 26, 2018 12:20 pm by: Category: Giurisprudenza Leave a comment A+ / A-

Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, secondo l’orientamento da ultimo consolidatosi in sede di legittimità, compete al paziente che si assuma danneggiato dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento.

Se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, per essere la causa del danno lamentato dal paziente rimasta incerta, la domanda deve essere rigettata.

La previsione dell’art. 1218 c.c., infatti, esonera il creditore dell’obbligazione asseritamente non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non da quello di dimostrare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui si chiede il risarcimento.

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Il principio di vicinanza dell’onere della prova, su cui si fonda la decisione delle Sezioni Unite 30/10/2001 n. 13533, non coinvolge il nesso causale fra la condotta dell’obbligato e il danno lamentato dal creditore, rispetto al quale si applica la distribuzione dell’onere probatorio di cui all’art. 2697 c.c.

Tale disposizione, ponendo a carico dell’attore la prova degli elementi costitutivi della propria pretesa, non permette di ritenere che l’asserito danneggiante debba farsi carico della prova liberatoria rispetto al nesso di causa.

Specularmente la prova dell’avvenuto adempimento o della correttezza della condotta è posta a carico del debitore della prestazione.

E non può valere, in senso contrario, il riferimento, contenuto nell’art. 1218 c.c. alla causa, là dove richiede al debitore di provare che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

La causa qui attiene alla non imputabilità dell’impossibilità di adempiere che si colloca nell’ambito delle cause estintive dell’obbligazione, costituenti tema di prova della parte debitrice, e concerne un ciclo causale che è del tutto distinto da quello relativo all’evento dannoso conseguente all’adempimento mancato o inesatto.

Tali conclusioni non contrastano con quanto affermato dalle sezioni unite (Cass. 11/1/2008, n. 577), secondo cui in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante.

Tale principio venne infatti affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento qualificato, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sé, in assenza di fattori alternativi più probabili, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta.

La prova della prestazione sanitaria conteneva già quella del nesso causale, sicché non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 comma 2 c.c., e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, 19 luglio 2018, n. 19204

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