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La colpa del medico e l’azione di regresso della Clinica nei suoi confronti

Tribunale Arezzo, 08/05/2018 n. 516

luglio 24, 2018 9:00 am by: Category: Giurisprudenza Leave a comment A+ / A-

L’ospedale risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente, per fatto proprio, ex art. 1218 cod. civ., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura, ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 cod, civ., ove siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui l’ospedale si avvale.

Da tempo, infatti, la Suprema Corte ha inquadrato la responsabilità della struttura sanitaria nella responsabilità contrattuale, sul rilievo che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporti la conclusione di un contratto, per cui non assume più rilevanza, ai fini della individuazione della natura della responsabilità della struttura sanitaria, se il paziente si sia rivolto direttamente ad una struttura sanitaria del SSN, o convenzionata, oppure ad una struttura privata o se, invece, si sia rivolto ad un medico di fiducia che ha effettuato l’intervento presso una struttura privata.

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In tutti i predetti casi è ipotizzabile la responsabilità contrattuale dell’ente. Inquadrata nell’ambito contrattuale la responsabilità della struttura sanitaria e del medico, nel rapporto con il paziente, il problema del riparto dell’onere probatorio deve seguire i criteri fissati in materia contrattuale, alla luce del principio enunciato in termini generali dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza 30 ottobre 2001 n. 13533, in tema di onere della prova dell’inadempimento e dell’inesatto adempimento (Cass. Sez. Unite n. 577 del 11/01/2008 – i principi in esame risultano peraltro recepiti espressamente dall’art. 7 della legge n. 24/2017).

Circa il quantum, si ritiene di utilizzare le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano (come aggiornate alla data del 14.3.2018), considerate dalla giurisprudenza di legittimità come un affidabile criterio di liquidazione in assenza di criteri normativi (Cass. 12408/2011). Non possono invece ritenersi applicabili i diversi criteri di liquidazione stabiliti dall’art. 3 comma 3 l. 189/2012 (cd. legge Balduzzi), che richiamano le tabelle di cui agli artt. 138 e 139 Cod. Assicurazioni, essendo i fatti avvenuti prima dell’entrata in vigore della l. 189/2012 e non recando la norma suddetta (art. 3 comma 3) disposizioni transitorie che consentano una deroga al principio di irretroattività della legge di cui all’art. 11 disp. prel. c.c. (così Trib. Rimini sentenza 3.6.2015, Tribunale di Lucca, con sentenza 27 settembre 2017 n. 1737).

Come recentemente ribadito dalla Suprema Corte, con ordinanza del n. 7513 del 27.3.2018, valgono in proposito i seguenti principi:

1) l’ordinamento prevede e disciplina soltanto due categorie di danni: quello patrimoniale e quello non patrimoniale;

2) il danno non patrimoniale (come quello patrimoniale) costituisce una categoria giuridicamente (anche se non fenomenologicamente) unitaria;

3) categoria unitaria vuol dire che qualsiasi pregiudizio non patrimoniale sarà soggetto alle medesime regole e ai medesimi criteri risarcitori

4) nella liquidazione del danno non patrimoniale il giudice deve, da un lato, prendere in esame tutte le conseguenze dannose dell’illecito e dall’altro evitare di attribuire nomi diversi a pregiudizi identici;

5) in sede istruttoria, il giudice deve procedere a un articolato e approfondito accertamento, in concreto e non in astratto, dell’effettiva sussistenza dei pregiudizi affermati (o negati) dalle parti, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, opportunamente accertando in special modo se, come e quanta sia mutata la condizione della vittima rispetto alla vita condotta prima del fatto illecito, utilizzando anche, ma senza rifugiarvisi aprioristicamente, il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni, e senza procedere ad alcun automatismo risarcitorio;

6) in presenza di un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e l’attribuzione d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi di cui è già espressione in grado percentuale di invalidità permanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionate: ovvero il danno dinamico-relazionale);

7) in presenza d’un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale e affatto peculiari. Le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento;

8) in presenza d’un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamenta medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione);

9) ove sia correttamente dedotta e adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (come è confermato, oggi, dal testo degli artt. 138 e 139 cod. ass., così come modificati dall’art. all’articolo 1, comma 17, della legge 4 agosto 2017 n. 124, nella parte in cui, sotto l’unitaria definizione di danno non patrimoniale, distinguono il danno dinamico relazionale causato dalle lesioni da quello morale) (…).

Ebbene, nel caso in esame non sono state allegate conseguenze dannose del tutto anomale e affatto peculiari, diverse da quelle da ritenersi normali e indefettibili (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire): non è quindi giustificata alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento del danno biologico come sopra quantificato.

Nella responsabilità del debitore per fatto degli ausiliari, l’inadempimento del terzo, del quale il contraente si avvalga per svolgere l’incarico, non costituisce di per sé giusta causa di esonero da responsabilità del contraente stesso, in quanto, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., questi è responsabile della scelta compiuta e risponde anche del fatto doloso e colposo dei suoi ausiliari, salvo che possa dimostrare il caso fortuito o la forza maggiore, anche con riguardo al comportamento dell’ausiliario, tuttavia la colpa di quest’ultimo potrà fondare un’azione di regresso del contraente nei suoi confronti: ne consegue che il medico – al cui operato va ascritto in via esclusiva l’evento dannoso – dovrà essere condannato a rimborsare alla Clinica tutte le somme che quest’ultima corrisponderà all’attrice in conseguenza della presente decisione.

Tribunale Arezzo, 08/05/2018 n. 516

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