lunedì , 20 agosto 2018

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Prescrizione dell’olio di ricino, assenza del nesso di causalità tra l’operato del medico e il decesso del bambino

Cassazione penale sez. III, 13/09/2017 n. 14033

La sentenza impugnata poi con ampia motivazione, esaustiva e adeguata, senza contraddizioni e senza manifeste illogicità esclude la responsabilità del ricorrente, rilevando come dal materiale probatorio acquisito, emerge con tutta evidenza l’assenza del nesso di causalità tra l’operato dell’imputato e il decesso; infatti, per la sentenza impugnata, tutti i periti sentiti nel giudizio di primo grado, fatta eccezione di quelli dell’imputato, hanno concluso che la prescrizione dell’olio di ricino da parte dell’imputato dopo la visita effettuata al piccolo era da considerarsi non corretta dal punto di vista sanitario in considerazione delle particolari condizioni di salute del paziente, trattandosi in ogni caso di un rimedio eccessivo per un bambino di piccola età, così come hanno concordato che tale somministrazione era da considerare la causa prima dell’episodio di vomito avvenuto dopo circa trenta minuti dalla somministrazione del primo cucchiaio dell’olio di ricino.

Ma che tale somministrazione accelerasse lo shock ipovolemico e diselettrolitico e il conseguente collasso cardiocircolatorio non viene affermato da alcuno.

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Innanzitutto l’utilizzo del termine accelerava comporta che lo shock sarebbe comunque insorto, e comunque, risulta chiaramente che il bambino una volta ricoverato veniva trattato mediante terapia di reidratazione che compensava lo shock e stabilizzava le sue condizioni; in più è a dire come secondo tutti i periti la causa determinante del decesso fosse da ascrivere all’insorgenza di una sepsi grave di origine incerta indipendente dallo shock e che non diagnosticata dai sanitari dell’ospedale dove il bambino era stato ricoverato d’urgenza nonostante egli presentasse due dei quattro elementi indicatori che, come osservato dal primo giudice rifacendosi alla letteratura scientifica, permettono una tale diagnosi e cioè l’alterazione della temperatura corporea e la leucocitosi; tutti i periti concordano sul fatto che se il bambino fosse stato adeguatamente trattato sin da subito con adeguata terapia antibiotica avrebbe avuto alte probabilità di sopravvivenza.  Non a caso il Tribunale, potendosi ravvisare responsabilità a titolo di colpa nei sanitari di turno in ospedale, ebbe a disporre la trasmissione di copia degli atti alla Procura della Repubblica.

Se pertanto, è certamente rimproverabile all’imputato sotto il profilo strettamente professionale la circostanza di avere prescritto al bambino la somministrazione di due cucchiai di olio di ricino, tale terapia suggerita e praticata può essere collegata come determinante solamente al vomito e alla incidenza di questo sul verificatosi shock ipovolemico e diselettrolitico (trattato con successo dopo il ricovero), ma non già all’evento morte successivo di cui non costituisce neanche concausa, giacché l’evento tipico era quello di un grave effetto emetico indotto dall’olio di ricino, e, come detto, di una conseguente disidratazione, non correlabile, però, per espressa indicazione dei periti, a un rischio morte, non ipotizzabile in astratto, né in concreto giustificato dalla tenera età e dalle condizioni del bambino, in realtà non allarmanti al momento della visita secondo altrettanta univoca indicazione peritale.

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